Stellantis Italia: i rischi della residualità industriale e occupazionale

Di Davide Bubbico (Dipartimento di Studi Politici e Sociali, Università di Salerno) su Critica Marxista n.1/2022

Quanto pesa ancora l’ex gruppo Fiat e il settore automotive nell’economia nazionale e nell’industria italiana?

È risultato molto frequente negli ultimi anni il richiamo al fatto che l’Italia costituisce ancora la seconda economia industriale dell’Europa. A ben guardare se questo dato è ancora vero in relazione al numero degli addetti e all’incidenza delle produzioni manifatturiere sul Pil (perlomeno tra i paesi dell’Europa occidentale), la geografia della produzione industriale europea si sta spostando sempre di più in direzione dei paesi dell’Europa centro orientale dove oggi è concentrato ormai quasi un terzo dell’occupazione manifatturiera della Ue27 (poco più di 9 milioni di lavoratori su 30). Secondo Eurostat nel 2020 il valore economico della produzione manifatturiera europea ha pesato per il 16,3% del Pil della Ue27, il 20,1% in Germania, il 16,4% in Italia e a seguire, tra i paesi principali del continente, con valori inferiori Spagna (12,1%), Francia (10,5%) e Gran Bretagna (8,6%). Se guardiamo ai paesi dell’Est Europa l’incidenza della produzione industriale, dovuta in larga parte agli Investimenti Diretti Esteri (IDE), è alquanto significativa: dal 16,5% di Polonia e Romania, al 17,5% di Ungheria e Slovacchia fino al 22% della Repubblica Ceca.

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Il conflitto in Ucraina e il patto non scritto tra Gorbaciov e Baker

Di Paolo Soldini su Critica Marxista n.1/2022

L’unificazione tedesca in cambio del contenimento della Nato: è ormai accertato che questo impegno ci fu nel 1990.
Il precedente della crisi dei missili a Cuba nel 1962. L’aggressione di Putin e l’errore di saldare l’unità europea all’alleanza militare della Nato. L’Occidente deve misurarsi col problema della sicurezza della Russia.

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L’origine della guerra e la lezione di Berlinguer

Editoriale di Aldo Tortorella Critica Marxista n.1/2022

La guerra al centro dell’Europa con la brutale aggressione russa all’Ucraina, fuori da ogni diritto internazionale quali che fossero i motivi dichiarati per giustificarla, ha segnato l’inizio di quest’anno nel quale ci preparavamo a ricordare il centenario della nascita di Enrico Berlinguer non solo per motivi affettivi, ma per riflettere sul suo pensiero e sul secolo che è trascorso. Non più il secolo breve di Hobsbawm (tra la prima guerra mondiale e l’89) ma quello che arriva fino a noi e che viene mostrando ciò che scompare e ciò che rimane o ritorna. Come è possibile che la guerra sia tornata in Europa sin da quando fu bombardata Belgrado dalla Nato per strappare alla Serbia il Kosovo? E perché continuano le guerre più o meno (apparentemente) concluse nel Medio e Vicino Oriente o in Libia a pochi chilometri dalle coste siciliane? Da dove viene il nazionalismo che dilaga nel mondo? Perché si è tanto estesa la tendenza che viene chiamata “populismo”? E come è possibile che dopo le catastrofi generate da fascismo e nazismo quelle idee siano tornate a fare proseliti e a costruire organizzazioni? E, mentre scrivo questo articolo, ci si chiede angosciosamente come sia nato e che cosa provocherà questo nuovo incubo della guerra russo-ucraina in atto.

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Determinanti delle differenze regionali nell’intensità delle misure restrittive durante la prima ondata del Covid-19

di Ariannna Tassinari (Max Planck Institute for Social Research, Colonia), Demetrio Panarello, (Università di Bologna), Giorgio Tassinari (Università di Bologna), Ignazio Drudi (Università di Bologna), Fabrizio Alboni (Università di Bologna), Francesco Bagnardi (Europea University Institute, Fiesole) 

Introduzione

Una sfida decisiva che i governi hanno dovuto affrontare nella formulazione delle politiche pubbliche di risposta alla crisi del Covid-19 è stata quella di bilanciare la tensione tra salvaguardia della salute pubblica e difesa dell’attività economica per non compromettere il potenziale di crescita economica e prevenire la diminuzione dell’attività economica, con la conseguente perdita di posti di lavoro e di imprese (Anderson et al., 2020). Uno degli aspetti più importanti all’interno di questa antinomia è la questione della scansione temporale e dell’estensione delle restrizioni sulle attività economiche durante il lockdown. In questo articolo affrontiamo il tema del difficile bilanciamento, fonte di forti tensioni politiche e sociali, tra salvaguardia della salute della popolazione e protezione dell’economia.

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Qualche nota su pandemia e fine della modernità

Roberto Finelli

L’epidemia globale di Covid-19 è un evento epocale: chiude la fase della modernità che da cinque secoli ha garantito la crescita quantitativa.
La crisi ambientale dimostra che il modello di sviluppo deve mutare.
Il capitalismo aggraverà i conflitti sul controllo delle risorse sempre più scarse.
Un’alternativa può nascere solo costruendo una nuova soggettività contro la logica dominante del calcolo astratto.
Apriamo una discussione.

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Crisi climatica e sociale, transizione capitalistica: spunti per una riflessione

Ugo Mazza

La “crisi climatica”, fortemente intrecciata con la “crisi sociale”, interroga i governi di tutto il mondo; il riscaldamento globale determina fenomeni atmosferici esasperati
che colpiscono sempre più intensamente aree del globo terrestre e le popolazioni più esposte sono costrette a migrare per la desertificazioni o per l’innalzamento del livello del mare; crescono povertà e ingiustizie globali.
Anche il mondo religioso si interroga sul senso di questa crisi; Papa Francesco con la sua Lettera Enciclica Laudato Si’ è intervenuto nel dibattito evidenziando ragioni e responsabilità sistemiche del riscaldamento del globo contrapponendo alla «crescita infinita» il «concetto di limite» ambientale.

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A proposito di libertà

Editoriale di Aldo Tortorella n. 5/6 anno 2021

L’incubo della pandemia ha fatto tornare in discussione a livello popolare l’antica disputa sulla parola “libertà”. Ci si chiede, infatti, di quale libertà parlino coloro che manifestano sia perché ostili alla vaccinazione – i “no-vax” – sia perché contrari al certificato di avvenuta vaccinazione – i “no-greenpass”. Com’è evidente, in alcuni soggetti le due posizioni coincidono, in altri no. Ma, in ogni modo, le due ostilità andrebbero distinte anche se fanno causa comune ritenendosi egualmente espressioni di una minoranza oppressa. Nei no-vax, assieme alla paura e a pregiudizi conditi di inconsapevolezza, assieme a credenze strampalate e a vere forme maniacali, si mescola la strenua difesa del proprio corpo come entità inviolabile (presente, come si sa, anche in alcune tendenze religiose) e la diffidenza di alcuni esperti o affabulatori verso la lotta nuova a un nemico nuovo, ma incapaci di offrire altre soluzioni. Nei no- greenpass la diffidenza verso la vaccinazione assume il carattere di una rivendicazione munita di giustificazioni di principio (il certificato come forma di discriminazione anticostituzionale e come maschera della obbligatorietà) e di venature classiste dato il costo dei tamponi da usare come alternativa al vaccino. (Un filosofo televisivo, ostile al greenpass, ha costituito un comitato scientifico intitolato al dubbio sui vaccini: vivi auguri, ma in attesa dello scioglimento dei dubbi e visto che l’alternativa va ancora cercata ringraziamo i vaccini e i vaccinati che, nell’attesa, hanno limitato e limitano l’ecatombe).

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